domenica, ottobre 15, 2006

Tracce di Memoria

Lo chiamerò Ulisse,in onore di colui che sfidò la vita per la Conoscenza.

Ulisse prima di parlare, mi guarda incerto su quanto mi possa rivelare. In quel momento passa una vita, in quello sguardo, passa ognuna di quelle 112 donazioni che hanno cambiato la sua vita. E’ un patto d’onore il nostro, semplice, genuino. Io non rileverò il suo nome, perché come premette “il donatore non ha bisogno di rivelare la sua identità, il donatore è in ogni gesto che fa.” E sono quei gesti che hanno fatto di lui la persona che è oggi, con o senza il nome che porta fin dalla nascita.

Questo per Sorbolo è il 45° anno di attività per l’Avis. Per Ulisse l’avventura ha preso il via a 18 anni, l’età della Lambretta, l’età delle feste e delle ragazze su cui far colpo. E’ iniziata in uno stabilimento industriale, quello della “Sovrana”, quello in cui la sirena suonava per scandire la giornata e in cui quel giorno del 1955 suonò per avvertire i lavoratori di un’emergenza in corso.

“Si è cominciato con due casi particolari del 1955, una bimba piccola di 5 anni che aveva molto bisogno di sangue, in un tempo in cui non c’erano tutte le sezioni Avis che ci sono oggi. L’appello risuonava forte all’interno dello stabilimento, reso muto da quell’insolito messaggio. Il padre della bambina lavorava per lo stesso stabilimento e siccome una volta se non si trovava il sangue disponibile al centro trasfusionale, si cercavano dei donatori a pagamento, al padre di quella giovane vita, sospesa al filo della volatilità di un sangue non suo, venne in mente di chiedere a noi, a quegli occhi, quelle spalle, quelle mani che vedeva ogni giorno lavorare fianco a fianco ai suoi occhi, alle sue spalle, alle sue mani. La solidarietà umana, perdio era anche quella oppure no? Poteva chiedere a qualcuno di donare una proprietà privata su cui nemmeno il vento della rivoluzione d’ottobre si sarebbe mai potuto abbattere? La risposta a quelle domande gli sarebbe arrivata presto, non avrebbe mai immaginato quanto presto. Quando ancora la voce risuonava nello stabilimento, degli occhi, delle spalle, delle mani si mossero. Ci ritrovammo in una ventina a rispondere a quella chiamata e nessuno in quel momento si chiese perché sì o perché no. Eravamo lì e la nostra presenza non richiedeva spiegazioni, era semplicemente la risposta umana ad una muta preghiera che da un altoparlante arrugginito si spingeva fino al cielo.

La bambina rimase ricoverata per diversi mesi, e quel cerchio che si era stretto intorno a quella voce metallica in quel giorno di quel mese del 1955, (senza la precisione dei documenti storici con la faccia di chi non si accorge di scrivere la storia dell’umanità), non si spezzò con la fine dell’emergenza. Ci eravamo trovati, ci eravamo accorti che avremmo potuto continuare, che non bisognava chiedersi il perché, che l’uomo ha sempre avuto bisogno di una altro uomo, e che un’altra bambina avrebbe potuto aver bisogno di una voce metallica che pregasse degli occhi, delle spalle, delle mani di muoversi per salvarla. Vede, non era il tempo dei grandi eroi. Della guerra, quella che sconvolse il mondo si sentiva ancora l’odore, e si vedeva ancora l’eco nelle facce spente dei nostri genitori, non eravano la generazione degli eroi, ma quella dei sopravvissuti. A Sorbolo non c’erano mai stati carrarmati, sparatoie e genocidi, ma per quegli “orrori” non c’erano campanilismi. Li avevano sentiti tutti e l’unica eredità era la necessità di fare del bene, incondizionatamente, perché il sangue aveva imbrattato la terra e sporcato la coscienza del mondo. Forse quello che ci spingeva era “aiutarsi”, prestare le nostre braccia, i nostri occhi, (contro il pericolo nemico?), il nostro cuore, il nostro sangue per salvare un’altra vita. Per non sprecarne più neanche una, forse.

Dopo questa bimba, ci fu un’altra emergenza per giovane ragazzo. Era malato,una leucemia che in quegli anni non gli venne diagnosticata. La scienza non gli avrebbe ancora concesso la sua benedizione. Fu in quell’occasione che il cerchio si allargò, che la gioventù di allora, noi, contagiò la generazione precedente, forse stanca e con poca fiducia nella capacità dell’uomo di fare del bene. Ricordo che all’epoca si diventava maggiorenni a 21 anni. Io ne avevo solo 18 anni e pur di donare costrinsi mio padre a firmare per me. Per lo Stato ero troppo giovane per far del bene, io ero di opinione contraria. Volevo portare quella bandiera, avrei fatto qualsiasi cosa nello slancio di una gioventù in cui fermarsi a riflettere non avrebbe avuto senso e in cui le siringhe al braccio ce le mettevano per dare vita più per toglierla a noi stessi.

Così si è continuato per diverso tempo, con questo gruppo di anziani a cui eravamo riusciti a mostrare la facilità con cui si salvava una vita. Quegli anziani che magari non erano riusciti a salvare un’anima cara durante la guerra e che una volta mostrato come era facile poterlo fare ora non dicevano mai di no.

Allora era diverso,non provavano la pressione, non c’erano controlli,si donava senza sapere a quello che si andava incontro. Si accettava un destino, si diventava donatori per virtù, senza profili medici, accettando l’esperienza del collega di lavoro, dell’amico, del cognato, accentandola come propria, senza riconoscere che il destino avrebbe potuto essere diverso per ognuno di noi. Si dava tutti i mesi a quei tempi, non c’erano regole né controlli che avrebbero potuto affermare il contrario e noi ci attenevamo di buon grado a questa convenzione. Fino a che un bel giorno, noi del gruppo che era rimasto, perché intanto la vita scorre eh, velocemente per tutti e qualcuno di quel cerchio stretto su un alto parlante arrugginito ci aveva lasciato, decidemmo che avremmo potuto tenerlo più stretto quel cerchio. Non so a chi venne l’intenzione, la necessità, chi ebbe paura, chi voglia di unirsi, consolidarsi; so solo che ci dicemmo che l’associazione era necessaria per precauzione, ma sono convinto che non era solo quello. Mi ricordo che ci volevano almeno 20 donatori, noi eravamo in 18. Una bella grana, ancora prima di iniziare. Ma non erano quelli gli ostacoli, la determinazione di quegli anni avrebbe creato un esercito, se necessario, anche d’argilla, a donare materia prima ai nani da giardino. C’era da andare a firmare in Comune, una dichiarazione in cui si affermava la nascita dell’associazione. Ci portammo due barbieri in Comune con noi. Non era donatori, forse neppure sani, ma avevano due braccia, una buona calligrafia. Era il 1962. Sette anni dopo quell’annuncio in fabbrica, quello che ha cambiato la vita di Sorbolo.

Allora potevano capitare anche donazioni dirette, prima della sezione. Io ero 0 negativo, un donatore universale che nel momento del bisogno però avrebbe potuto ricevere solo dal suo stesso gruppo. In ospedale mi tenevano sempre presente per le emergenze e me ne capitarono tre di donazioni dirette, braccio a braccio. Durante le prime due non mi accorsi di nulla; mi vennero a prendere una volta al lavoro, una volta a casa, mi portarono in ospedale in sala rianimazione. Io stavo seduto su una poltrona, con l’ago infilato nel braccio e guardavo verso il muro. L’ammalato era al fianco, ma coperto. Non c’era un contatto, né visivo, né tattile. Solo due aghi, uno infilato nel mio braccio, uno nel suo. Non so che pensavo in quei momenti. Potevo illudermi di non sentire l’emergenza, la concitazione, la vita che voleva sfuggire dal corpo del mio simile a pochi passi da me. Ma alla terza donazione diretta, ci sbattei contro alla verità, con tutta la mia baldanza. Era il 1958, mi vennero a prendere alle 3 di notte. Mi avevano già avvertito, per telefono. Mi stavo togliendo il pigiama, quando mi sentii sollevare da terra: erano già arrivati. Uno mi prese i pantaloni, l’altro la camicia e mi portarono via così. Mi accorsi solo in quell’istante dell’urgenza di una vita che vuole scappar via, che non vuole saper nulla dei nostri miseri tempi umani. Il tempo di alzarsi, di vestirsi, di uscire. No, tutto questo tempo quella vita che mi aspettava non ce l’aveva. Mi portarono in maternità; c’era una donna che aveva appena partorito e al parto era seguita una forte emorragia interna. Mi misero vicino a quella ragazza. Io non la guardai,ancora oggi non so chi fosse, ma mi fecero toccare il suo braccio. Mi accompagnarono la mano, e me la fecero posare sul suo braccio. Rimasi impietrito da quella sensazione di freddo; era marmo, freddo e duro, e la presenza della morte aleggiava nella stanza. Non dimenticherò mai quel momento. Pensai che quella volta non ce l’avrei fatta, che il mio calore non avrebbe mai potuto scaldare quel freddo e che quella giovane donna non avrebbe mai visto suo figlio, non avrebbe mai riso con lui, non l’avrebbe accompagnato a scuola. Era la morte quella che stavo toccando. Nella donazioni braccio a braccio c’era una procedura più complicata. Toglievano il sangue da me e con me una pompetta cercavano di iniettarlo a lei, ma il suo corpo non lo prendeva. Il suo organismo rifiutava la vita con strenua fierezza e io mi disperavo con lei, con suo figlio, con marito.

Non so quanto tempo rimasi lì, fermo in quella posizione. Ogni tanto sentivo qualcuno gridare “Eparina!”, ma quell’eparina lì, entrava nel suo organismo come nel mio. Il tempo sembrava essersi fermato. Non esisteva più lei, come non esistevo più io, entrambi sospesi in un limbo astrale, da cui non sembravo più convinto neanch’io di voler tornare. Ad un tratto un sensazione stranissima, sotto la mia mano, ferma per ore su quel braccio freddo come marmo, quasi a volerla trattenere sulla terra, a farla desistere dal partire da un così lungo viaggio, un formicolio quasi colorato, un calore prima leggero, poi via via più intenso sembrava farsi largo con convinzione tra quelle distese di ghiaccio. Un sollievo, forte, ristoratore, mi prese con sé e mi porta un brivido così intenso da essere ancora vivo oggi, quando sono passati più di 40 anni da quella notte.

Il giorno dopo i segni di quella notte non sparirono subito come in un sogno; era stato tutto reale, il mio braccio era tutto nero e il mio spirito era provato, ma quella donna era salva. Questa fu la mia ultima donazione diretta, l’unico momento in cui le circostanze mi costrinsero a riflettere.

Fu anche per questo che fu fondata l’associazione, le precauzione, l’assicurazione erano i motivi pratici con cui si potevano convincere gli scettici, che a donare non si correva alcun rischio. Il mio braccio nero era una vita salvata, ma era stata un caso, un percorso che mi era stato chiesto di percorrere in una notte, buia come poche. Ma io stesso non avrei chiesto a nessun altro di ripetere la mia esperienza.


Nel 1972 un altro pezzo di questa storia andava completandosi. Si stava alzando tra i mattoni, la nostra sede, quella che avremmo inaugurato nel 1973 e chiamato “La casa del donatore”. Una volta, finito di lavorare, la sera, si andava a donare un po’ dove capitava; una sera in comune, un’altra nelle scuole. Ad attrezzare le sedi di una sera era il Dott. Mimmifochi, anch’egli fondatore della sezione. Ci aspettava anche la domenica mattina alle 6 oppure la sera, dopo una giornata di lavoro, quando magari si era anche mangiato qualcosa, il sangue faceva anche un po’ di schiuma.

Ma erano altri tempi quelli. Tempi in cui si donava sempre e comunque senza regole, pensi che mi capitò di donare a 15 giorni di distanza dalla donazione ufficiale. Era il padre di un amico, non potevo rifiutare. Avventure incredibile di un’associazione che iniziava a muovere i primi passi.

Oggi è tutto diverso, siamo controllati e ogni donazione avviene almeno a 4 mesi di distanza dalla precedente. La casa del donatore è diventato il punto di incontro di una serie di servizi che l’Avis di Sorbolo contribuisce a fornire alla popolazione. Abbiamo una dipendente dell’Asl di Parma che si occupa dei prelievi alla popolazione, siamo un centro prenotazioni per l’ospedale di Parma, vengono fornite alcune visite specialistiche e c’è un presiedo della Guardia Medica 24 su 24.

Io non lo so, se sia stata quella voce metallica in quel capannone più di 50 anni a mettere in funzione tutta questa macchina, o sia stato quel cerchio si è creato intorno, così forte da superare le emergenze, resistere compatto. Non lo so, come sia successo. Io so solo che l’anno scorso abbiamo prodotto 1268 sacche di sangue con 10 mila abitanti, mentre Parma con i suoi 180mila abitanti si ferma alle 5 mila unità. Vorrei che tutti gli uomini avessero sentito quella voce metallica, forse quel cerchio sarebbe stato più esteso, più mani si sarebbero cercate e più braccia avrebbero portato la loro forza. Ma poi penso anche ci sono altri modi di parlare al mondo, che chi leggerà questa memoria, non sentirà una voce metallica, ma spero che gli entrerà nel cuore nello stesso identico modo in cui quella voce ha cambiato la mia vita.


Liberamente tratto dall’intervista
ad uno dei fondatori

della sezione Avis di Sorbolo (Parma)


29 settembre 2006

Rossella Mungiello
AssociazioneCulturaleBaraonda
Progetto_Donare fa Buon Sangue

Immagini da Sorbolo





IlPaese,
















leOpere,














leProve e loSpettacolo
.

domenica, settembre 17, 2006

Sorbolo_Parma


Venerdi 29 settembre alle 21:00 a Sorbolo_Parma
ci sarà lo spettacolo Donare fa buon sangue

in colaborazione con l'Avis comunale di Sorbolo

.


Vi aspettiamo

sabato, settembre 16, 2006

Promo spettacolo

News


E’ possibile visionare il Promo dello Spettacolo alla pagina:




http://video.google.it/videoplay?docid=-7015104450430166728&pr=goog-sl&hl=it

Responsabile Organizzativa Rossella Mungiello 3473451093

donarefabuonsangue@hotmail.it

sabato, settembre 09, 2006

Presentazione Spettacolo

Donare fa buon sangue

di Marco Mozzato

con Emanuela Bolco


Produzione Associazione Culturale Baraonda_Lodi

Collaborazioni: Gruppo Arte Torretta, Acav


“ci sono cose che non capiamo

e ce ne sono altre

che cerchiamo di capire

altre le abbiamo studiate,

e le abbiamo capite..

seguire il naso in certe strade,

fare e non pensare di fare,

seguire l'occhio,

guardare bene prima di toccare,

seguire le idee,

farle diventare invenzioni,

regalarle al mondo,

senza chiedere"




Allarme..allarme..c’è bisogno di sangue..

Ospedale Bambin Gesù di Roma..

si cercano donatori sangue 0 RH Negativo..

Urgente!!”






“Alle volte basta

mettere insieme delle parole:

Donare: dare altrui in dono,

cioè senza compenso, regalare

Sangue: liquido giallastro,

più della metà è liquido e giallastro

poi le cellule:

globuli rossi, bianchi e piastrine

parole..solo parole..”




Un viaggio intenso, attraverso e verso la donazione; una storia che spiega e invoca la donazione come atto d’amore, in modo ironico e divertente; un racconto che regala un sorriso e mille buone ragioni per diventare donatori.

Il progetto culturale "Donare fa buon sangue" nasce dalla volontà di creare uno strumento di utilità sociale, che possa aiutare tutte le associazioni attive nel settore, a parlare alla gente, spiegando quanto può essere importante donare una parte di sé, in una chiave di lettura lontana dalla didattica e vicina alle emozioni.

Lo spettacolo si configura come un monologo, in cui un attore-giullare occupa la scena con la sua voce, le sue storie, i suoi eccessi in continuo equilibrio tra intensità ed ironia, favola e disincanto. Dalle catene di solidarietà fino al nostro organismo, la giullarata si districa tra luoghi insoliti e personaggi mai portati in scena; dai diversi componenti del sangue, ai medici che pensarono alla donazione, fino alle leggende legate alla storia del nostro corpo.

Un dedalo di emozioni tra i progressi della scienza, dai primi successi del positivismo della prima metà dell’800, fino alle scoperte attuali, alla conquista di oggi, con molti volontari che scrivono la Storia ogni giorno con i loro gesti.

Correlata allo spettacolo, verrà realizzata una mostra collettiva e con tecniche miste, che farà da compendio e aggiungerà valore alla performance. La pittrice Nicoletta Ciolli realizzerà degli sfondi su tela grezza con colate di rosso vivo per la scenografia. Hanno accettato di esprimersi liberamente sul tema della donazione anche lo sculture Giò Dal Piva, la pittrice Tamara Malocchi dell’Associazione Arte-Torretta e alcuni altri artisti dell’Associazione ACAV, tra cui la pittrice Emma Azzi.

Rossella Mungiello